Undici…
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Undici
Ennesimo, memorabile, tonfo del Catania in una delle partite peggiori della storia recente, capace sempre di stupire chi pensa che oltre la mezzanotte non faccia più buio. Purtroppo, a sfatare ogni tabù…ci pensa sempre il Catania! Catania 0-2 Melfi.
Le parole diventano poche in queste circostanze. Ci rendiamo conto che contino poco di fronte a cotanta nefandezza e bocche cadenti con relative dentiere attaccate con colla di “emergenza”. Al loro posto, i numeri, come sempre giudice ineguagliabile di ciò che, nel bene o nel male, si riesce a combinare in questo mondo all’incontrario. Il numero che diamo a questa partita è: undici.
Undici come il numero di sconfitte consecutive dell’avversario Melfi, prima della discesa lucana in quel del “Massimino” alla ricerca consapevole di tre punti. Gli uomini di Diana, ex giocatore del Palermo, non rubano nulla e legittimano una vittoria palesemente persa dal Catania. Rispetto? Di quale rispetto parliamo? Ad oggi, possiamo solo disquisire sull’amor proprio che questa squadra non ha. Alla ricerca disperata di un faro illuminante, ma mai nessuno a prendersi la briga di tentare un dribbling, un tiro, una magliettina tirata, un cazzotto in faccia, un mea culpa proprio. Piuttosto, si pensa a puntare il dito contro, alla ricerca del capro espiatorio o di qualcuno che faccia da schermo agli errori propri. Troppo facile. Questione di feeling? Questione di sangue, da far analizzare ai migliori specialisti in materia.
Undici come i giocatori che vanno in campo per ogni squadra. Ventidue in totale all’interno di un rettangolo di gioco, senza troppi giri di parole, vergognoso quanto i tacchetti dei suoi “prodi guerrieri in campo”. Non si vince in partenza, non si perde in partenza. Ci si gioca tutto sulle motivazioni, sul filo nervoso, sulla voglia di emergere, oggi più che mai, a tutti i livelli professionali. La Lega Pro non è mai una sfilata di moda milanese in cui mostrare il bel culetto per accaparrarsi un contratto. Il “culetto”, o “culo” in maniera rievocante “fortuna”, te lo devi andare a prendere a morsi sulle caviglie degli avversari. Dopo una partita di questo genere diventa fuorviante e tendenzioso parlare di culo. Bisognerebbe parlare del perché, nella terza categoria italiana, girino soldi che, fino a qualche decennio fa, sarebbero stati utopia. Dai 50.000 ai 100.000 euro per vedere degli atleti arrancare in campo, “ammuttare” il pallone col fare di chi non aspetta altro che la pensione a 26/27 anni circa (in media). Nel vedere questo business che si chiama Calcio, offrire così poco alla gente, la domanda sorge spontanea:”A chi è rivolto il Calcio?”. Un interrogativo su cui si affannano i più intellettuali che ne sanno, sicuramente, più di noi.
Undici come la quota relativa alla vittoria dei giallo-verdi, indicata in quasi ogni bookmaker. Una quota veramente importante, sostanziosa, allettante ai più. Sempre con grande rispetto, oseremmo dire anche da “warning” per le spensierate menti dei tifosi rossazzurri, oramai prostituite da pensieri malsani e impronunciabili. Qualche riflessione, tuttavia, bisogna farla. Lo stesso Catania che sbanca Messina, oggi, perde meramente contro una squadra destinata verosimilmente alla serie D, salvo miracoli sportivi. Non si può parlare di un Catania scadente, né di un allenatore che sia esente da colpe, né di scelte ad inizio stagione molto dubbie: scommesse. Allora con chi ce la possiamo prendere? Sembra anche questa una scommessa.
Il dissenso non ha più forma, né sostanza. Se solo si potesse quotare, sarebbe facile andarlo a giocare al centro scommesse. Quota 1.00, come il voto a tutti i tesserati del Calcio Catania, dal primo all’ultimo. Nessuno escluso.
Pietro Santonocito
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