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mercoledì 16 Settembre 2026

Brevissime

Se…(t)tanta… è la voglia che ho di te…

Pietro SantonocitoAggiornato
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70esimo-anniversario-Calcio-Catania

Se…(t)tanta… è la voglia che ho di te…


Caro Catania,

provo imbarazzo anche al solo scriverti, talmente è grande il mio asservimento a te, la mia passione, questo Istinto Rossazzurro indomabile che mi porto dietro ad ogni battito di ciglio. Chiudo e riapro gli occhi, sapendo che ci sei sempre tu, croce e delizia delle mie giornate, ad accendere in me quel fuoco dentro che mi brucia ma non mi consuma, che mi dà una motivazione in più per lottare e una in meno per gettare la spugna. Non sono perfetto, anzi, sono pieno di difetti e poche virtù, relego nell’anticamera della mia coscienza tutte le mie più grandi emozioni personali, per paura di mostrarle alla gente, mai sazia di ciò che ha e mai doma nel puntarti il dito contro, per sentirsi meno repressa e più confortata da qualcuno che stia peggio, nell’apoteosi dei paradossi in cui viviamo ogni giorno.

Tu, che ne sai… dimmi come posso fare per vivere così a lungo? Oggi siamo tutti così schiavi del dio denaro, della gloria, dei cellulari e degli smartphone che non sappiamo resistere nemmeno un secondo alla tentazione di perderli o allontanarci a settanta centimetri da loro. Noi, giovani, non siamo i giovani di settant’anni fa, questo è certo. Non abbiamo, probabilmente, la consapevolezza di aver perso ogni cosa a causa della guerra; non abbiamo la stessa grinta che avevate voi, a quel tempo, cavalieri senza spada e scudo che avete sempre difeso le mura del Fortino degli elefanti; non siamo fatti di quella “pasta antica”, saporita, sostanziosa, genuina…perché, magari, è vero o è un’etichetta che ci ha addossato qualcuno che ha vissuto prima di noi e che ci rimprovera, giorno per giorno, qualcosa molto simile ad un rigore sbagliato, un gol a porta vuota o un’espulsione affrettata. Perché, di fatto, se non c’è il lavoro che meriteremmo, la sanità che pretenderemmo e se non c’è più fede nei rapporti umani…è colpa di un nostro rigore fallito, non di quei tanti sbagliati da chi ci ha passato il testimone. Accetterò questo, come accetterò di non essere come te, mai. Però, siccome il mondo è nostro, adesso che ho le responsabilità di renderlo migliore nel mio piccolo, vorrei imparare da te come si fa a restare vivi al giorno d’oggi, per me e per un futuro che non voglio mi punti il dito a mia volta come potrei fare adesso io con la generazione precedente alla mia.

Tu, che ne sai… aiutami a credere ancora in questo sport. Non è niente come una volta. Il calcio è cambiato assieme al tempo che va, scorre e si porta via i veri valori dello sport. Adesso sembra più un robot malato di lussuria e avarizia, con flebo a base di soluzione liquida di denaro e corruzione, narcotizzato e sonnecchiante mentre, logoro dalla noia, si trastulla nel blasone che un tempo aveva e adesso vanta senza averne la patente. Il calcio è un business e basta: una società di calcio non può più sopravvivere se non ha dietro dei proprietari facoltosi o un’azienda con i conti ben messi, pena la sopravvivenza o l’iscrizione della squadra al torneo competente. Ma la storia recente narra di come certe squadre di serie A, la nostra massima serie sportiva, non avessero i soldi nemmeno per garantire l’acqua calda nelle docce e restassero “vivi” chissà per quale strano meccanismo a me del tutto incomprensibile. Ci sono state società che chiamavano telefonicamente gli arbitri, per “raddrizzare” le partite e portare a casa tre punti sicuri. Società condannate e poi assolte, di fatto, da delle accuse che farebbero inorridire chiunque, tranne quegli ignoranti che dicono di essere loro tifosi e puntano il dito contro di te, per gli errori di un uomo di Belpasso. Fatto sta che tu hai fatto un capitombolo indietro di due categorie calcistiche e nessun altro ha pagato, per un crimine definito “compra-vendita”, condotto nelle indagini come una “compra-vendita”, ma consumatosi come un “acquisto e basta” dallo spacciatore anonimo di partite di quel ghetto, il cui nome non si può rivelare a nessuno. Che schifo! Credimi, se non fosse perché giochi tu, mi verrebbe di darmi al cricket.

Tu, che ne sai… e che sei stato giovane come me, con mille e più desideri e altri centomila dubbi nella tua vita, raccontami della tua infanzia, della tua adolescenza e dei momenti più significativi che hai passato. Raccontami di quando sei cresciuto, bello e rigoglioso, all’alba degli anni d’oro, gli anni ’60. La prima promozione in serie A, dopo averla sfiorata più e più volte, la ricordi ancora? Io no, non ero ancora nato e vorrei tanto che me la raccontassi tu. Eri il Catania di Adelmo Prenna, Biagini, Feretti e dell’allenatore Carmelo di Bella, quello che vinse 4-3 contro il Milan di Viani, quello che sconfisse 2-0 all’andata in terra nostra e 1-0 in trasferta la Juventus o quello del 2-0 contro l’Inter targata Helenio Herrera, che fece coniare al telecronista Sandro Ciotti l’espressione “Clamoroso al Cibali”, rimasta, da quel giorno, negli annali del calcio e motivo di grandissima soddisfazione per quelle provinciali che vanno a battere le grandi del calcio italiano. Grazie a te fecero le fortune certi Vavassori, Amilcare Ferretti, Giancarlo Danova, Szymaniak e Cinesinho o l’attaccante Salvatore Calvanese. Tu risplendevi e con te tutta la città. E ti ricordi quanti eravamo a Roma, il 25 Giugno 1983? L’esodo dei 40.000, pronti a sbandierare al vento, per le vie della capitale, i colori rossazzurri, tra i mille complimenti nel treno degli allora gemellati tifosi romanisti, in occasione degli spareggi serie A contro la Cremonese di Mondonico (« Appena entrati in campo, ci siamo resi conto che il verdetto era già stato sancito. Oltre al Catania, avevamo di fronte un’intera città»). Per te giocavano Cantarutti, Crialesi, Mastalli, capitan Sorrentino, tutta gente che oggi riesce ancora a rabbrividere per il boato d’ingresso al campo. Se parlo con loro di te mi basta vedere i loro occhi sorridere per capire che parlare di te è il ricordo migliore che hanno per sentirsi vivi, importanti, desiderati…insomma, dei veri campioni; da questo percepisco quanto eri grande, forte, potente e come riuscivi ad unirci tutti a sostegno di una passione, andata oltre i record di questo sport. Io non ero ancora nato, nemmeno a quel tempo, per questo ti chiedo. Non ho visto, né sentito sulla mia pelle la gioia fluttuare baldanzosa tra i cuori rossazzurri dell’83… e, fra questi, quello di quel padre che non vedo più da anni. Per questo vorrei mi raccontassi tu.

I miei ricordi con te iniziano il 3 Settembre 1995, quando calcai per la prima volta i gradoni del Cibali, dall’alto delle mie 6 primavere. Era l’anno del ritorno in serie C2, dopo la promozione dal CND conseguita all’atto finale a Gangi e giocasti contro una squadra forte, la Battipagliese. Vincesti per 2-1 e rapisti totalmente il mio cuore. Mi bastò “solo” un Naccari di quel momento per impazzire di gioia e questo ricordo è rimasto indelebile, sopravvivendo sino ad ora. La mia prima delusione fu proprio quando lui prese tutto e andò via da Catania…anche questo ricordo bene. Certe lacrime le hai impresse talmente forte nel cuore che, se provo ancora ad avvicinare la mano, sento ancora degli strascichi. Non Ibrahimovic, Messi o Cristiano Ronaldo…ma Naccari. Da quel momento non mi separai più da te, sempre allo stadio, sempre alla radiolina a soffrire insieme a te, a gioire per te e a nutrire quel desiderio di vestire quella maglia che indossai solo una volta, per pochissimo tempo, quando militai nei giovanissimi dell’era Gaucci. Poi, per troppi interessi su di me e, probabilmente, perché non ero degno di te, giocai in altre squadre dilettantistiche, finché i miei sogni calcistici si spensero a causa di un grave infortunio mal curato, per dare spazio agli studi ingegneristici. Ma mai le delusioni personali a livello professionale o sentimentale sono riuscite ad allontanarmi da te, come se ci fosse sempre qualcosa di più forte delle tue sconfitte, più forte delle vittorie, più forte di tutto a tenermi stretto stretto tra le tue braccia.

Io c’ero, non nell’83, ma il 28 Maggio 2006, quando Catania si colorò di rosso e azzurro. Quattrocentocinquantamila abitanti tinti a strisce, festanti, felici, uniti. Dai malati di te a quelli a cui il calcio assomigliava più una fetta di mortadella, tutti avevamo qualcosa di rossazzurro addosso, in quel 28/05/2006. Di quel giorno, ricordo ogni momento come fosse stato ieri: dal chiacchiericcio delle prime luci dell’alba, dopo la mia notte insonne, a quel “tumulto” di trepidante attesa ad ogni angolo o vicolo di questa città. Mi ricordo che tutti chiedevano informazioni sulla formazione: chi gioca, chi non gioca, se Spinesi avesse recuperato e chi al posto di De Zerbi. L’Albinoleffe era già salva, ma faceva una paura immensa, perché era squadra ostica e fuori casa aveva un rendimento tra le prime della B. Tuttavia, non era solo dell’Albinoleffe che bisognava preoccuparsi… Il Torino era a due punti e, qualora non si fosse riuscito a battere i bergamaschi e contemporaneamente i granata avessero vinto a Cremona (già retrocessa in C), in virtù degli scontri diretti a favore sarebbe salita proprio la squadra di quel Rosina che molti tifosi etnei, oggi, conoscono bene. Radiolina canaglia! Ancora ce l’ho nel cassetto e ricordo bene la mia mano sedicenne che la reggeva, tremante come una foglia d’autunno quando è il tempo dei monsoni. Il suo compito era molto semplice: doveva dirmi che il Torino non vinceva, per la durata dei 90 minuti più recupero. Niente di più, niente di meno. Eppure non fu così semplice come credevo: Spinesi siglò il vantaggio nel primo tempo e Torino-Cremonese stavano già sull’1-0 e poi sul 2-0. Fin qui tutto tranquillo… o quasi. Nella ripresa la doccia fredda: la squadra di Emiliano Mondonico (ancora lui dopo 23 anni…destino? Forse di più) pareggiò con un certo Russo di troppo (che non era il nostro, Orazio), beffando Pantanelli. Il sangue, credimi, diventò budino e mi sentii come fossi diventato una creatura amorfa, passante dallo stato solido a quello liquido, molle. Sudavo freddo, mi dimenavo, imprecavo e nessun altro, seduto vicino a me o nei paraggi, era da meno. Finché Caserta inventò quel meraviglioso pallonetto per Del Core e…gol! Penso che le corde vocali le gettai direttamente sul campo, insieme ad uno dei momenti più all’apice della felicità che la mia gioventù ha saputo regalarmi. Fu serie A! Quello che successe sugli spalti fu qualcosa di indescrivibile, ancor più ciò che capitò per le strade di Catania: caroselli, genti e automobili dipinte di rossazzurro, clacson e bandiere sventolanti in ogni centimetro della città. Per me che scendevo dal viale, un flusso uniforme di “cose rossazzurre” (dico cose perché, davvero, non si riusciva a distinguere la differenza tra un cristianazzo tinto di rossazzurro e la sua automobile, sempre rigorosamente dipinta) affrettarsi a raggiungere il duomo, col Liotro a barrire più forte delle nostre trombette. Non ci risparmiammo nei festeggiamenti, sai? Nessuno di noi lo fece. Tutte le sofferenze di quei 23 anni lontani dal grande calcio, passando per una radiazione ingiusta, dai campi del CND a quelli della C2, C1 e B, diventarono per tutti i presenti di quel giorno il fiato necessario per cantare ancora di più…mentre, tacitamente, tali ricordi facevano le valigie e abbandonavano i nostri cuori, lasciando spazio a quel tripudio di felicità!

Da quel momento vivesti gli anni più belli dei tuoi settanta. La serie A, dapprima timida bellezza dalle nobili radici e dallo schivo fissarti, imparò ad accettarti, apprezzarti, interessarsi e, infine, accoglierti nel suo letto, laddove la parola “Calcio Catania” diveniva esempio di oculata programmazione, ottime plusvalenze e meritati risultati sul campo. Ti chiamavano “Piccolo Barcellona”, ricordi? Ti fa piacere sentirtelo ripetere, eh? Eh certo…il “tiki taka” spagnolo lo trasformasti nel “tango argentino”, sotto l’Etna che cantava le tue lodi (con Ciccio che merita una menzione). A poco a poco, il “Clamoroso a Cibali” non fu più così tanto clamoroso, dal momento che: se battesti l’Inter di Mourinho e del triplete 3-1, se questi ultimi eliminarono il Barcellona di Guardiola, per transizione eri più forte del Barcellona! (XD) Ricordo anche quella sera di incredula gioia irrefrenabile: prima Milito metteva il suo sigillo di superiorità, poi tu che mi facesti prendere dei colpi al cuore, uno dopo l’altro. Arrivò Maxi Lopez a pareggiare, poi l’espulsione di Muntari ed il cucchiaio di Mascara a Julio Cesar e, infine…la Malaka Daaaance! Come dimenticare quel momento di puro godimento, dove Martinez si prese gioco di Maxwell, Lucio, Samuel e dello stesso Julio Cesar. In quel momento ti vidi veramente grande, pieno di te e consapevole di essere una realtà calcistica oramai ben consolidata nella massima serie italiana. L’ottavo posto fu l’ultimo ricordo di te che vivevi tra le grandi, come grande tra le piccole e divenuta persino “l’ottava sorella”.

Poi, il tracollo. I litigi a casa tua tra Lo Monaco e Pulvirenti, con l’allontanamento del primo e la venuta di un certo “mister risorsa”, Pablo Cosentino, dall’aspetto tronista e dal fare da “fan…ista”. Tutto andava male: la squadra, sulla carta più forte dell’anno precedente, non riuscì a salvarti, portandoti inesorabilmente verso la serie B. Fu in quel momento che raccolsi il guanto da terra: Fabrizio mi chiese di dare voce alla nostra voglia di te e nacque Istinto Rossazzurro, mentre tu eri ultimo in classifica. Cominciammo a scrivere e poi a parlare davanti ad un microfono, nonostante i risultati ci spingessero sempre a mollare e buttare tutto dal balcone. Pochi ci ascoltavano all’inizio, ma divennero sempre di più, fino a quando raggiungemmo, dopo soli 5 mesi, i 1000 mi piace sulla pagina Facebook. Gratificante, ma non troppo, dato che tu andavi a peggiorare. Ti seguimmo nei cadetti, a singhiozzo tra momenti di forti emozioni e catastrofi sportive da cancellare assolutamente dalla memoria e poi…quel pugno allo stomaco. I treni delle 3 e 33, le melanzane, le cipolle, le zucchine e la caponatina che dovetti ingurgitare, fatta da tutti questi ortaggi dal doppio significato, che ancora non riesco a digerire. Mentre il tuo nome sui giornali e su Google veniva inesorabilmente accostato a “partite truccate” o “combine”.

E adesso sono ancora qui, accanto a te, a tenerti la mano in questo giorno così importante…e non mi viene altro che piangere. Questo letto infame è troppo piccolo per te! Lo avevo detto all’infermiera! Sarà un letto di serie C o Lega Pro…come pure l’infermiera. Mi danno l’anima per come ti hanno ridotto, sporchi e luridi avvoltoi, tronisti e furboni del calcio che, grazie a te, si son riempiti le tasche riducendoti in questo stato, perché a loro null’altro interessava di te, non avevano la tua custodia…come l’ho io. Non è cambiato nulla dalla prima volta che ci siamo incontrati, ma tutto potrebbe cambiare se tu smettessi di esistere. A quel punto morirebbe una parte di me e sarebbe finalmente giunto il momento di smettere di seguire questo calcio malato e corrotto. So già che è difficile, ma se…(t)tanta… è la voglia che ho di te… so per certo che ti desterai e riuscirai a rimetterti in piedi. Al tuo risveglio, qui mi troverai, a leggerti ancora queste righe e rimembrarti quanto tu sia stato importante per me… per quello che ho provato, per l’uomo che son diventato e per l’amico fedele che sei stato…grazie a te!

Buon compleanno Catania! Lotta e vinci insieme a noi!

Con amore,

Pietro Santonocito

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