Quarantacinque…
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Quarantacinque…
Constatate le condizioni, faziose, necessarie ed eventuali che si vengono a creare nelle ultime settimane, abbiamo preso questa abitudine. Se la scorsa settimana il numero attribuito alla disfatta col Melfi era “undici“, stavolta siamo abbastanza sicuri di dover dare un altro numero all’ennesima figuraccia rossazzurra, poiché le parole sono finite da un pezzo. Il numero estratto sulla ruota di Bari-Lecce (o nel tragitto intrapreso dai coraggiosi tifosi etnei giunti al “Via del Mare”) è: 45.
Quarantacinque i minuti disputati dalla formazione del subentrante Giovanni Pulvirenti, giocati sempre dietro la linea del pallone. Plausibile, pronosticabile, giusto o sbagliato che sia, si è scesi in campo già sconfitti. Poco cambia se la prestazione tattica è stata coerente alle disposizioni di un allenatore davvero esente da ogni colpa, perché non si è concretizzato. Tutta roba per joystick e playstation sono i pallonetti di Mazzarani, le sporadiche conclusioni di un Pozzebon divenuto pane sostanzioso per i barbuti difensori pugliesi. Dove un Di Grazia trotta a vuoto alla ricerca del suo cellulare per giocare a Clash Royal, si fionda un Bucolo formato geyser islandese per rimbrottare il suo giovane compagno di reparto. Chiacchiere, urla, mandati ufficiali al paese dei fondo-schiena perfetti e…Pisseri. Sì, cari miei, Pisseri, Pisseri e sempre e solo Pisseri. Non è azzardato e tendenzioso dire che il Catania è solo…Pisseri. Tre parate stratosferiche su Cosenza, Caturano, Torromino & co. valgono, da soli, almeno l’intera posta in palio, se non fosse il calcio un gioco di squadra. Poiché così è, quanto di buono messo in mostra dall’estremo difensore etneo è stato completamente dilapidato dai suoi compagni di squadra, nel corso del prosieguo della gara. In maniera scongiurante, ma onesta, possiamo benissimo augurargli un futuro radioso lontano da queste categorie, perché non gli si addicono neanche un po’.
Quarantacinque minuti di…di…di? Di enormi, giganteschi boh e mah, ormai stampati con inchiostro indelebile sui volti delle facce catanesi disgustate e annoiate dal diradarsi di qualsivoglia speranza di gioia domenicale. Passa persino la voglia di impiantare un processo ai tre somari (e tre briganti) Biagianti, Bucolo e Di Grazia che facevano la conta attorno al pallone per decidere chi beccarlo, al fine (consapevole) di combinarla grossa e imbarazzante. Perché? Perché, oramai, ci siamo abituati a queste escrescenze fiabesche. Roba da Calcio Catania essere autolesionisti. Tale consapevolezza assume fattezze talmente concrete da annullare del tutto ogni rancore, rabbia o altro cattivo sentimento a fine partita, relegandoci nella quieta condizione di perdenti consapevoli. D’altronde, la “conditio” appena citata riflette perfettamente la mentalità dei nobili strapagati che indossano la maglia rappresentante la città di Catania, sette volte rinata dalle macerie del passato.
Ci rappresentano? Assolutamente no. L’atteggiamento degli strapagati giullari alla corte di Lo Monaco offende la tradizione storica catanese, fatta di lacci stretti e olio di gomito al fine di ripartire sempre più forti di prima. Sono dei privilegiati e lo sanno, ma il lavoro del calciatore è segnato da una stigmate che, pare, non sanguini a nessuno: rappresentare. Un selfie dei giocatori con una granita, un cannolo o un arancino…questo è il marchio del Calcio Catania 2017, bollato nel midollo osseo. Eppure, noi “sbagliati” tifosi (per come ci catechizza qualcuno), ci eravamo fidati anche quest’anno. Cinquemila e più speranze, formato tagliando, date in mano a Finaria, accompagnate dai sacrifici di famiglie intere, km a seguito della nostra malattia da cui mai potremmo uscirne e riposte al timone di un Pietro Lo Monaco che ha dimenticato come si usano le scarpe, ma non il vizio di puntare il dito verso i tifosi, a cui si dovrebbe dedicare un enorme, immenso GRAZIE per i numeri accumulati in questi tre anni di buffonate.
Ma questo è un gioco che conosciamo molto bene, oramai; a protezione dell’indifendibile, a protezione dell’irrinunciabile, per poi pretendere l’anima in campo. Un prezzo davvero troppo alto per i debiti del Calcio Catania…a quanto pare…
Pietro Santonocito
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