Degni della mimetica…
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Degni della mimetica…
La mimetica è una maglia decisamente originale e ottima in quanto a design e stile guerrigliero. L’idea di inizio stagione è stata veramente geniale, la volontà di stravolgere le aspettative che facevano della terza maglia un vero e proprio cruccio scaramantico, ai più davvero indigesto.
Oggi all’Esseneto di Agrigento, i nonsochì della terra di Chinonso hanno rappresentato a dovere la terza maglia del Calcio Catania adattata, concepita e stilizzata dagli ottimi art-designer per la stagione 2015-2016 del campionato di Lega Pro, girone C. Peccato, tuttavia, che il match si è concluso con solo un gol di scarto, 3-2 è sempre un buon risultato per i cari e dolci nonsochì.
In effetti aveva un nonsocosa di speciale quella magliettina indossata ai vari Calil, Calderini, Di Cecco, Pelagatti, Garufo e a tutta la giovane armata dei nonsochì. Calzava a pennello, dava quel tocco di eleganza da grande squadra e ha regalato al pinco pallino cameraman, dalla posa tremolante, dei primi piani fantastici! Il primo premio della miglior posa sfoggiata quest’oggi va affidata a Caetano Calil, lussuoso brasiliano dalle movenze troppo nobili per essere apprezzate ai plebei occhi di 80 anime rossazzurre che avevano già comperato il biglietto per vederlo coricato per terra. E infatti, perché dar loro questo onore? Vietiamo la trasferta ai tifosi rossazzurri, tanto loro non hanno occhi per apprezzare queste nobil pose; non hanno cultura per comprendere il duro lavoro della settimana, atto a migliorare il look e la fotogenicità davanti alle riprese più rozze e malfamate, come quella del tremolante cameraman, emozionato anch’egli per cotanta magnificenza. Che belle pose…davvero! Ma noi cosa possiamo capire della bellezza di un gesto così sublime come quello di un passaggio al portiere da 8 metri? Ci vorrebbe davvero una doppia laurea in cinetica e in moda glamour, titoli che, nostro malgrado, non siamo in possesso e non abbiamo potuto carpirne le alte sfaccettature del Lusso dei lussi, il “dio dei lussi“.
E che dire del buon Desiderio Garufo? Colui al quale non è stato concesso il dono del “senso della posizione“, arte dalle profonde radici nobili, tramandate, da generazioni in generazioni e da padre in figlio, fra le più alte cariche di quel noto paese, nell’agrigentino per l’appunto, che porta il nome di Grotte. Le sue movenze, pare giusto dirlo, noi tifosi sprovvisti di sangue blu le capiamo benissimo e apprezziamo a dovere l’impegno di nonsochì come lui in fase di spinta, ove la mancanza di “eleganza” nel riversare cross in area ha fatto stizzire (e non poco) l’alta onorificenza del dio dei lussi, impossibilitato evidentemente a mettersi nella miglior posa possibile da prestare sempre al caro buon cameraman di Lega Pro dalle evidenti problematiche di pressione cardiaca.
Come dimenticarci, ovviamente, della saggezza di Pelagatti, ultimo brave-heart della difesa rossazzurra in occasione del secondo gol, in grado di materializzare il frutto inconfutabile delle sue meningi nell’azione di un Di Grazia qualunque, dove lo si vede adagiarsi soavemente al suolo, da buon esponente del confucianesimo mediterraneo e meditare su particolari “riti scaramantici“, affinché colui che gli passava di fronte avesse l’opportuna pietà nel mandare il pallone lontano dalla porta difesa da Liverani. Purtroppo, tanti anni di monastero tibetano non sono serviti al buon Carlo, dato che il ragazzotto che lo passava di fronte non ha avuto la giusta saggezza nel risparmiare la squadra che ne detiene il cartellino. Per questo noi tifosi non siamo stati così saggi da capire questo alto gesto.
Prendiamo davvero le distanze dall’atteggiamento caratteriale dei nonsochì, dopo l’espulsione a sfavore dei bianco-azzurri al minuto 33 del primo tempo. Quasi un’ora di gioco in superiorità numerica e zero tiri in porta, se non quelli ottenuti grazie ai due gol messi a segno con la complicità della difesa agrigentina, davvero troppo elegante anch’ella nel dare spazio e luce al fine di mettere in risalto certi fustacci in mimetica, per la foto, palla al piede, da appendere nelle loro lussuose stanze nobili. Merito anche di quel vecchio lupo di mare di Ciro Capuano, già vestito di quell’ardore bianconero…ehm bianco-azzurro che gli serviva per contestare, anche giustamente guardando il replay, il rigorino datoci dall’arbitro Viotti di Tivoli, anche lui parecchio discutibile in termini di eleganza nelle smorfie da primo piano e nelle decisioni last-minute.
Chapeau per Luigi Falcone, i cui dribbling da “La Scala del calcio” erano talmente educati da essere capiti, interpretati e saggiamente bloccati almeno tre giorni prima dal plebeo avversario di turno. Da non sottovalutare gli stop, ad inseguire belle speranze, di mister “io son troppo bravo ragazzo per metterci il piede nei contrasti” Agazzi; l’esperienza, palla al piede e testa bassa di Calderini, nonsochì che ama guardarsi sempre i piedi quando gioca a pallone (nobiltà moderna – da alte vedute: non comprensibile ai più); Di Cecco, il gran condottiero venuto dai cadetti per salvare la patria, consapevole che ci vorrebbe qualcuno che salvi lui da queste cadute di stile davvero inadeguate per uno dagli alti ranghi come lui; Bombagi, il più furbo dei suoi, toglie addirittura la carica di saggio a Pelagatti autodefinendosi “illuminato“, come un’illuminazione è stata la genialata di farsi espellere a centrocampo e saltare il derby contro il Messina. Ma citeremmo volentieri anche altri come, Liverani, Bergamelli, Castiglia, Lupoli e chi più ne ha, più ne metta…maaaaaa….
…le parole di Ferrigno sono davvero vincenti! Lui, sì che ha vinto, capovolgendo l’universo dimensionale dove ci troviamo per crearne un altro para-dimensionale ove far crescere il frutto della totale alchimia tra assurdità e disonestà intellettuale. Nel gioco, ci hanno insegnato da piccoli, bisogna saper perdere e accettare la sconfitta è sempre la strada migliore, per poter vincere dalla prossima volta in poi. In una partita del valore tecnico pari alla Terza Categoria al massimo, una squadra dal blasone del Catania non può assolutamente recriminare per un rigore dato e poi revocato (per altro non c’era)…perché sei il Catania ed in undici contro dieci non hai scuse se, per altro, non la butti dentro. Ma lo sa anche fin troppo bene il nostro caro Ferrigno, più di me e voi che state pensando la stessa cosa leggendo questo articolo. Tuttavia, questo “nascondersi dietro un dito” lo abbiamo già ben capito da tempo: distogliere l’attenzione sempre e comunque per celare qualcosa di veramente immondo…
Cercatene un’altra…
Le pagelle:
CATANIA (4-3-3): Liverani 3; Garufo 2, Pelagatti 2, Bergamelli 3, Nunzella 4; Castiglia 3 (dal 51′ Calderini 2), Agazzi 2 (dal 65′ Lupoli 2), Di Cecco 2; Falcone 2, Calil 0, Bombagi 1. All. Moriero 4.
ARBITRO: Viotti 5.
Ferrigno: sv.
Pietro Santonocito
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