Catania, sei piccolo piccolo…
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C’era una volta il Catania. Faceva rumore il Massimino ad un gol della squadra rossazzurra.
C’era una volta il Catania. Quello che giocava e divertiva gli sportivi di tutta Italia.
C’era una volta il Catania. Record di punti, di vittorie e di posizioni storiche in Serie A.
C’è adesso il Catania. Il Massimino è freddo, vuoto, spettrale senza i suoi tifosi.
C’è adesso il Catania. Quello che gioca coi ragazzini e coi “professionisti” e che va sbattendo a destra e a sinistra per l’Italia.
C’è adesso il Catania. Una retrocessione sulle spalle e quart’ultimo posto in Serie B.
Questa è la storia di una squadra che aveva messo in mostra una città che fatica enormemente a figurare sul palcoscenico nazionale. Qualcuno, infatti, ha ammazzato la passione del tifo catanese. I colpevoli sono due: Antonino Pulvirenti e Pablo Cosentino. Presidente ed Amministratore Delegato si sono chiusi da 18 mesi a questa parte in un guscio di presunzione e di scelleratezza inaudite. Hanno portato una squadra dall’ottavo posto della Serie A al diciannovesimo della Serie B. Hanno trasformato il Catania da una realtà pronta al salto verso la grandezza, ad una sempre più piccola, quasi insignificante. Cosa c’è dietro tutto questo? Incompetenza od un preciso disegno dalle oscure finalità? Cosa ne sappiamo noi, siamo solo tifosi. Siamo quegli imbecilli che si sono abbonati in 10.000 dopo essere retrocessi per dolo di coloro che comandano questo sconcerto. Siamo quegli imbecilli che si sgolano il sabato allo stadio per tifare una squadra allo sbando. Siamo quegli imbecilli che vanno pure in trasferta per sostenere i vari Leto, Monzon, Peruzzi, Castro e chi più schifo fa, più schifo metta. Siamo quegli imbecilli che decidono di contestare, chi entrando e chi no, per il disastro di una società protagonista d’un assenteismo agghiacciante. Siamo quegli imbecilli che, fino a ieri, hanno scelto di guardarsi l’ennesima partita umiliante sotto la pioggia, scesa giù dal cielo come le lacrime di un tifoso che vede la propria squadra del cuore scivolare sempre più giù senza poter fare niente per salvarla dal suo funesto epilogo.
Una volta eravamo abituati a fare grandi cose: vincevamo contro l’Inter campione di tutto, battevamo la Juventus in casa sua, salutavamo il Palermo con le quattro dita; adesso, invece, siamo costretti a vedere la nostra squadra affondare, in casa, sotto i colpi di Di Gaudio e di Inglese, due ragazzi che non sono nessuno, ma che compiono una grande impresa col loro Carpi, primo in classifica con nove punti di vantaggio sulla seconda Frosinone. Sì, avete letto bene, perchè ormai è questo il calcio italiano. Certo, tanto di cappello a queste meravigliose realtà che pian piano si stanno costruendo, ma c’è da sottolineare un grande demerito delle altre squadre un po’ più blasonate. Chiaro esempio ne è il Catania, squadra composta da nomi, non da uomini. Gente senza palle, senza sangue, senza dignità. Gente che sta qui solo per mettersi in mostra, solo perchè costretta da un contratto. Gente in grado di decidere se la testa di un allenatore vada tagliata o meno. Gente che non trasmette niente a parte i calci nel culo. Scusate, ma andava detto.
Vedi cose alle quali non vuoi credere neanche quando ce le hai sotto gli occhi. Dai calciatori che si fanno espellere in panchina oppure a partita finita nel tunnel per gli spogliatoi, ad un allenatore, se così si può chiamare, che prima schiera l’undici dettato dalla società e che poi, quando fa letteralmente puzzo di morto in campo, dà la colpa ai tifosi che non sono entrati allo stadio per protesta contro la società, la stessa società che mette avanti un preparatore atletico che compie disastri muscolari a 3/4 di rosa, rispetto ad un uomo che, in mezzo a tutto questo tetro buio, aveva fatto un po’ di luce. Stiamo parlando di Mister Sannino, proprio quello che aveva deciso di fare calcio a Catania, in mezzo a tutto questo business e spettacolo fatiscente, lo stesso che poi ha dovuto dare le dimissioni perchè ha compreso di essersi ritovato in una realtà di pazzi. Altri due uomini che provano a far brillare un briciolo di speranza sono Rosina e Calaiò. Amici per la pelle che neanche Holly e Benji, i due si sono ritrovati a Catania per realizzare un sogno, ma che adesso tirano la carretta per sfuggire ad un incubo. Chissà cosa pensassero di trovare quando sono giunti qui, chissà cosa diavolo stia passando per la loro testa in questo momento di grande difficoltà. Una cosa è lecita da dire: sicuramente questa squadra non li merita. Non merita il loro impegno, il loro sudore, la loro professionalità. Perciò, se dovessero decidere di scappare da questo tracollo, nessuno li biasimerebbe, anche se non sembrano proprio i tipi da lasciare la nave che affonda. Dio ce ne scansi e liberi, per carità.
Dovrebbe essere messa sù una rivoluzione, sulla base di quella francese se possibile. Venti giorni di intervallo per piazzare le mele marce (Dio solo sa come) lontano da qui. Venti giorni per trovare un allenatore serio e competente, anche se quello ce l’avevamo già, a dire il vero, fino a dieci giorni fa. Venti giorni per acquistare diversi giocatori che sappiano sudare la maglia e che sappiano dare quell’apporto tecnico-tattico che serve maledettamente a questa squadra ridotta all’osso. Venti giorni per fare il passo più importante, indietro o avanti che sia, per salvare questa squadra, ma soprattutto per ridarle un futuro. Ma il problema è sempre lo stesso: non abbiamo più garanzie per poterci fidare ancora. D’altronde come possiamo credere che chi ci ha portati alla deriva, possa essere lo stesso che salverà le nostre sorti? Pare veramente impossibile. L’unica cosa di cui ci accorgiamo e che ci fa davvero male è vedere come si è ridotto il nostro amato Catania, diventato piccolo piccolo come non lo è stato mai in questi ultimi dieci anni. Facciamoci forza.
Di Federico Fasone
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