Vittime alla gogna, pusillanimi, martiri del medesimo credo…


Vittime alla gogna, pusillanimi, martiri del medesimo credo…
Giochi di ruolo, nefasti tranelli ove lo spirito e il corpo lasciano il posto alla mera personificazione dell’ambiente circostante. Il tutto si coagula in un conglomerato di illazioni, parole a gogò, cimeli sporchi e logorati dalle mille ipocrisie sorgenti all’alba e calanti a mezzodì. Immersi in un clima asettico di ossigeno, azoto ed idrogeno (più altri idrocarburi vari), nella contaminazione di un virus che comincia il suo corso: mezzo sportivo. La divulgazione delle idee più strane e stravaganti contagia, ormai, tutti i livelli di onestà intellettuale, ove la livella di Totò si avvicina silente verso di noi e affila sagacemente il suo strumento di “giustizia-ultima”. Non si apprezzano più caste sociali, non vi sono issati vessilli di speranza ed il verde sbiadisce sempre più, per diventare lo stesso colore dei nostri sentimenti: grigio. Iniziano gli C-RPG (Catania-Role Playing Games), letteralmente Giochi di Ruolo in stile Catania. Vince chi assume contemporaneamente tutti i ruoli possibili e immaginabili.
Ma di quale vittoria si parla? Per parlare di vittoria, bisogna prima introdurre la posta in palio. Metabolizzare il concetto di vittoria è il primo passo per materializzare la posta in palio, ma gli sforzi tendono a sfinire anche le menti più coriacee. Eppure, un gioco, per definirsi tale, deve pur mettere in palio un trofeo. Almeno, così imporrebbe la vecchia, quantomai perduta per strada, onestà intellettuale…Niente da fare, non riusciamo a capire qual è.
Sarà pur vero che sul carro dei vincitori sono rimasti in tre, tre somari e tre briganti, ineccepibile. Ma dove porta questo carro? A Girgenti? Non credo proprio che lì troveremo la nostra beneamata coppa del nonno da alzare in cielo con un sorriso a 32 denti. Sarà altrettanto vero che, scesi dal carro, non si sale più e nessun trofeo si potrà alzare al cielo, neanche quello di cartapesta. Dipende dalle ambizioni di ognuno di noi. Dipende sempre da quella perduta e malsana onestà intellettuale che ci rende orgogliosi o disertori di alzare un trofeo in cui ci identifichiamo. Appartenenza, simbolo o rappresentanza, qualcuno mette nel taschino più piccolo della propria tasca questi valori, eppure essi contraddistinguono il prologo, il prosieguo e l’epilogo di un gioco, nella sua espressione massima che si chiama competizione. Ma se io competo, devo pur appartenere ad una squadra, ad un ideale, ad un simbolo che mi rappresenti e che rappresento, di fatto. É impossibile giocare senza appartenere a nessuno, senza rappresentare niente e lottando per il nulla. Conseguenza logica sarebbe non avere rivali in gioco, un’altra è…non ricevere compenso alla fine. E se nessun trofeo si potrà alzare al cielo…può definirsi un gioco? Neanche tanto, in verità.
Nel gioco che stiamo assistendo noi tutti, si sta manifestando una strana metamorfosi del concetto proprio, insito nella parola: “gioco“. Se da bambino ho capito che cosa significa, esistono dei ruoli ben definiti all’inizio, durante e alla fine: prima si è concorrenti (partecipanti), poi si è contendenti (con inclinazione mirata alla sopraffazione dell’avversario) ed infine si giunge allo stadio finale, in cui vi è un vincitore ed un perdente. Ciò che ha reso il calcio il gioco più amato al mondo è la possibilità di rifarsi in breve tempo. Vuol dire che, se io ho perso oggi, fra 7 giorni ho la possibilità di vincere e cancellare dalla mente mia e dei miei sostenitori parte della delusione accumulata. D’altro canto, posso anche dilapidare quanto di buono collezionato in precedenza a causa del mio eccessivo narcisismo e presunzione reiterati, creando sentimenti di disillusione incallita. Eh sì, perché che gioco sarebbe se non ci fossero i nostri sostenitori? Un gioco dove non si diverte nessuno, nemmeno i protagonisti.
Ma, se non si diverte nessuno, se gli stadi di calcio vanno lentamente svuotandosi, si perde interesse ad investire soldi in questo sport, con i principali sponsor del nostro hinterland che proiettano le loro ambizioni verso altre realtà sportive limitrofe. Oltretutto, Catania è un esempio limpido di ricchezza di successi in svariati sport: dalla pallanuoto al rugby, dalla pallavolo al basket, tutti in crescita esponenziale, per finire col calcio “in gonnella”, quello “proibito” ma sempre più “pulito” rispetto a quello in “mutande senza licenza di contenere attributi di valore”. Non hanno mai avuto lo stesso appeal del calcio maschile, ma, di certo, non hanno assunto il ruolo delle vittime alla gogna, pur avendone, per certi versi, il permesso. A maggior ragione, se io sono un imprenditore importante di un marchio altrettanto importante, preferirei investire il mio denaro in uno sport in espansione, non in uno in decomposizione. Nessuno dà e fa niente per niente.
Eppure questo concetto a Catania, ma in generale in tutto il mondo, non è stato pienamente captato. Ogni esempio impercettibile, infinitesimo e apparentemente irrilevante di cattiva gestione, scandali, corruzione, scommesse è un passo, lento, impercettibile e apparentemente irrilevante verso la fine di questo sport. Quindi, in un settore in declino io non investo neanche se avessi soldi da buttare.
Nel nostro caso specifico, la preoccupazione maggiore dei nostri rappresentanti, come già accennato in precedenza, è quella di assumere le sembianze più disparate: da vittime a esattori della verità, da capi a dipendenti, da carnefici a depositari della giustizia perenne, fino a diventare santi ambiziosi del titolo di “martiri”. Non si tratta più di preparare oculatamente la partita contro la prima o l’ultima in classifica, ma “camaleonteggiare” furbescamente alla ricerca di un trofeo di aria fritta, da gustare in prevalenza da soli e mai in compagnia. Il tutto, a sostegno di un’idea tumorale che vede chiunque prendersela contro il tifoso che non tifa, esonera allenatori, causa gli autogol…ma che, in fin dei conti, esce soldi e non si diverte più. I fischi non sono più d’amore, ma di strazio e i disertori non sono tifosi di serie B, ma solo chi ha amato troppo qualcosa che avrebbe dovuto amare di meno. Ma, si sa, a noi catanesi manca un potenziometro per controllare i nostri volumi, anche se trasmettiamo musica sincera per questo sport. Così facendo, si perde persino la voglia di protestare, fino ad allontanare la gente dagli stadi.
Noncuranti, si continua imperterrito su questa direzione, abusando della propria posizione momentanea per creare statue di sbobba su cui si fiondano i maiali più fetenti. Ciò che importa è tenere a bada le insurrezioni del popolo, per prendere quel tempo necessario ad indossare il vestito di seta da 18.000 euro e fare i fighi davanti i giornalisti e le TV più prestigiosi.
Che importa se il virus si diffonde? Nulla, tanto il responsabile non sono io…ma i tifosi che lo inalano.
Pietro Santonocito
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