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Il teatro dell’assurdo: marionette rotte e marionettisti “marionettati”

Pietro SantonocitoAggiornato
Il teatro dell'assurdo - marionette rotte e marionettisti marionettati
fonte: siciliasportnews.altervista.org
Il teatro dell'assurdo - marionette rotte e marionettisti marionettati
fonte: siciliasportnews.altervista.org

Il teatro dell’assurdo: marionette rotte e marionettisti “marionettati”


Fare spettacolo è sempre un’arte dei poveri per i ricchi. Quando si mettono in scena le proprie idee e le proprie fantasie, si rischia sempre di incorrere nel paradosso del contrario: essere schiavi delle nostre fantasie…e non vedere oltre. Questo perché, nella normalità delle cose, l’ingordigia dell’artista è sempre quella di cibarsi degli applausi del pubblico. Certo è che, nel teatro di oggi, si sono sviluppate delle correnti di pensiero e moralità che hanno creato degli artisti dall’essere contorto, ingarbugliato, impregnato di cotanta fatiscenza da relegare il vero io nello sgabuzzino delle scope. Sarà un gioco del destino, sarà il percorso evolutivo naturale della specie umana…sarà un filo così lungo ed invisibile, che solo il Marionettista, Dio, può vedere.

Dove nasce l’arte? Qualcuno risponde: “in mezzo tra la razionalità e la pazzia”. Tutto questo mondo che ruota non si accorge della distanza che intercorre tra raziocinio e follia. É solo un contenitore, uno spazio più o meno grande dove marionette e marionettisti esprimono la loro arte, più per i soldi che per gli applausi. Lo spettacolo che ne vien fuori è un miscuglio di idee, talvolta geniali e azzeccate, che puntano all’obiettivo finale: la paga. Ma la domanda, forse anche retorica, che viene spontanea è: chi paga le marionette ed il marionettista? Il teatro, forse? Ma, il teatro a chi vende lo spettacolo? Certamente al pubblico. É la gente che siede in poltrona, nella sedia o fra le gradinate a determinare, in numero e in applausi, il tuo reale compenso economico. Chi la pensa diversamente o si crede furbo o è una marionetta.

Ma nel teatro dell’assurdo, fagocitato dal teatro odierno della vita reale, non esistono ruoli ben definiti. Si passa, in maniera casuale e giustificata, dall’essere marionette a marionettisti; dal diventare, addirittura, teatro o, felicemente, spettatori non paganti, affacciati al balcone del vicino di casa. Si giustifica l’errore con le più svariate e fantasiose scuse, dal venticello di ponente alla rotazione degli astri, dal ciclo femminile (che colpisce, oggi, anche gli uomini a cadenza mensile) allo spettatore che tira i pomodori in faccia: tra raziocinio e pazzia, anche la ricerca reiterata degli alibi…è un’arte.

Un po’ come è accaduto a Castellammare di Stabia, proprio ieri a partire dalle ore 15:00. Vi era in programma un evento non comune, quello che avrebbe permesso, ad una tra Juve Stabia e Catania, di continuare a coltivare il sogno serie B. Dopo una settimana di isolamento globale, la squadra etnea si presenta in teatro con “nulla da perdere e tutto da guadagnare”, a causa del solo risultato utile per il passaggio del turno, la vittoria. Sugli spalti, solo il gialloblù dei tifosi locali, poiché il prefetto di Castellammare ha vietato ai tifosi catanesi di giungere al “teatro Romeo Menti” per assistere a questo spettacolo di marionette. Regolare, il tutto, per togliere al calcio il suo reale significato. Nella surreale cornice di pubblico, con i “roboanti” 1900 tifosi di Castellammare, scendono in campo ventidue marionette a “battagliare”. Ventidue, oddio, non proprio ventidue. Ventidue, meno un pinocchio di legno vecchio, ma con gli anni di un ragazzo di oggi. Risponde al nome di Agatino Parisi, la cui colpa è solo quella di essere stato messo in campo. Purtroppo, il marionettista Giovanni Pulvirenti gli conferma la fiducia e lo preferisce a De Rossi. Non appena si legge la distinta ufficiale, un senso di rassegnazione pervade i nostri illusori sensi, risvegliati da chissà quale pulpito di speranza per la partecipazione ai play-off. La stupidità di chi non si vuol arrendere ad un destino segnato cela altra stupidità. Ma se la stupidità diventa recidiva, allora non si può parlare di uno spettacolo, né di marionette, né di marionettisti. Perché, nella logica della natura, un’artista che non diverte non può meritare il palco a discapito di un vero artista. In questi casi si potrebbe parlare di meritocrazia ed il nostro discorso prenderebbe una piega talmente politica da esulare dal vero e proprio significato di arte. Limitandoci ai contenuti, visibili e non opinabili, la scelta “artistica” del marionettista etneo ha causato l’issare, anzitempo, della bandiera bianca. Premesso che una marionetta di questo calibro non andrebbe neanche schierata, non esiste in tutto l’universo cosmico che tale aggeggio di legno bagnato, già ammonito ed in palese difficoltà tattica (e tecnica, ma questo in Lega Pro è solo un dettaglio), venga presuntuosamente lasciato in campo. Non è accettabile farsi degli autogol, in maniera così spartana, ancor prima di scendere in campo. Altrimenti, perché lamentarsi tanto sui tifosi che alimentano pensieri malsani, del tipo “non volevano proseguire nei play-off”, “è tutto truccato”, “giocatori venduti” e così via? Qualcuno ci venga a spiegare con che strategia di marketing editoriale si vuole riunire il “pugno delle 5 componenti”. Perché, se la strada imboccata è quella delle parole ipocrite di Giovanni Pulvirenti a fine partita (“Usciti con onore, in undici ce la saremmo giocata” – articolo di mondocatania.com), credo che si sia acquistato un viaggio di sola andata verso “l’isola che non c’è”, quella dove Peter Pan fa l’allenatore di calcio e i bimbi sperduti sono i giocatori di pallone. É finito il campionato degli alibi! Da domani in poi, si pensi a cercare il marionettista giusto per il teatro della Lega Pro, con marionette sane (e non usurate) che pensano a recitare la loro parte, senza boicottare il marionettista. Il gioco dei marionettisti “marionettati” non diverte più nessuno.

Mentre i “lorsignori”, in giacca e cravatta, col vestitino del falso-idiota, penseranno a rifare grande il Catania entro il tempo prestabilito, un pensiero riecheggia tra le cartacce di questo teatro: “Ma è davvero un’arte dei poveri per i ricchi, il calcio? O il contrario?  Passa la scopa lo spazzino, copre le tracce. É il silenzio di chi sa, ma si fa i cazzi suoi.


Pietro Santonocito

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