Mo Chuisle…Catania

Mo Chuisle…Catania
Riflesso nel mio viso rivedo le lunghe strade che si porta via la pioggia, una lunga e fitta pioggia che non segue il verso del vento. Un impermeabile relega nella gabbia toracica un cuore sin troppo ferito e lacerato dalle delusioni che questo sport sa assestare. La mano, legata ad un’altra, porta con sé le rughe dell’infanzia e un pugno di rabbia da diventare marmo, al cospetto del singolo dio denaro, con rame e ottoni di fango e sputo.
Non era gioia, né dolore: promiscuità. Impossibile prendersi la temperatura, poiché l’interno caldo era ben coperto da un esterno freddo. Formicolava il senno, avanzava il passo, verso il teatro dei ricordi di un me, forse più vecchio di oggi, ma più meravigliato di adesso.
Non si vive tirando al sacco vuoto per l’eternità…si sopravvive. Ti vengono i crampi, le piaghe al cervello e l’isteresi da vecchio incinto. Sorseggi vomito di social network ogni giorno, cercando di togliere, qua e là, gli escrementi dalla cioccolata grezza. Tra le note del tuo diario non vi sarà mai una fine, ma solo un “to be continued…” che stancherà persino la penna che impugni…e così sarà, sempre e per sempre, se l’urlo rossazzurro lo tieni imbrigliato tra le fauci del sistema perverso.
Mo Chuisle…Catania, quando ti rialzi dal knock out per l’ennesima volta, tra le grida sorde di una città che invoca pietà e rispetto da chi si permette di infangarla. “Ancora un colpo e getterò la spugna…”, direbbe chiunque che ti ama, ma che non ama questo sport, fatto di colpi alle spalle e di sgabelli messi là, dove proprio non dovrebbero stare.
Mo Chuisle…Catania, perché riesci sempre a chiamare a te migliaia di spettatori, figli del vento che tira o della passione eterna, fugaci residenti nella tua settantenne dimora, che ha nel Massimino un uomo e un rifugio per tutti. Col fiato in gola, processo la mia vita, cercando un motivo qualunque per restarne fuori, purificando il mio spirito dai raggiri al sonno REM dei miei occhi.
Hai vinto, hai convinto. La capolista si inchina a te, inerme sin dalle prime battute di gara. Onesta squadra, il Monopoli, ma non quanto la classifica suggeriva. Un colpo è bastato per metterla al tappeto, barcollante e in fin di vita per i due round del match. Sapevi di essere forte, ma non hai chinato lo sguardo e messo sulle alture della presunzione il tuo blasone.
Hai stretto i pugni, perché “la prima regola è sempre proteggersi”, come dice il caro Frankie. Certe ferite non si cicatrizzeranno mai, perché è impossibile scendere da quel treno dei ricordi, invisibile e marciante in parallelo al binario della nostra vita. Possiamo evitare che esse si espandano, che diventino emorragia parziale e poi totale, in modo da proteggere i punti vitali.
Un coagulante a caso, nella nostra faccia, è la fame di vittoria. Ogni singolo momento, susseguente al gol di Curiale, può definirsi una scommessa vinta contro tutto e tutti. Quando il fiato veniva meno e l’avversario ti attaccava, sapevi come neutralizzarlo, senza patemi d’animo e senza spettri che ti marcavano.
Mani al cielo e tutti in coro a cantare le note della vittoria. In mezzo ad esse, con voi fra noi, saltano in cielo i nostri cuori e l’ambizione più grande di ritornare in serie A, il campo di battaglia che ci invoca a trombe suonanti.
Mo Chuisle…Catania, che non ti sei morso la lingua più di quanto non faccia Russotto, ad ogni giocata non riuscita. Anzi, ne hai limato l’impeto, riponendo in Lucarelli la gestione dei suoi sbalzi d’umore in campo.
Mo Chuisle…Catania, che hai impedito l’eutanasia del mio cuore da questo sport, ridandomi ossigeno, pressione e la passione di un tempo innocente che mi viziava e mi serviva gioie ogni settimana.
Mo Chuisle…Catania, perché, grazie al tuo amore, ho conosciuto il mio vero amore…quello che porterò allo stadio e per tutta la mia vita, per sempre.
Pietro Santonocito
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