Mater… de Dios!

Mater… de Dios!
Trepidanti sussulti al cuore, degni di un cha cha cha alle coronarie, si fanno strada fra la storia rossazzurra che, ancora una volta, si salva malgrado tutto, malgrado le putride vicende degli ultimi tre anni di storia. Ove si scrivono le ultime gesta di una stagione così poco “normale”, scorre insicura una penna al calamaio che molti adolescenti di oggi e padri di domani sapranno reggere con più giudizio, più saggezza e più sapienza di quanto noi, figli di un tempo per loro passato, non sappiamo fare. E’ il momento delle strazianti scelte e delle urla vittoriose strappate in gola in millenovecentoquarantasei pezzettini, dopo settant’anni di ricordi relegati nell’anticamera del cervello, ai più, blindata a chiave e dentro un’altra camera di massima sicurezza australiana.
E lei va…senza chiedere il perché, senza averne il permesso, ma il possesso dei nostri sentimenti, quelli che procedono tambureggianti dal ventricolo sinistro alla punta delle nostre dita che, goffamente e con poca nobiltà, ne assecondano le forme. La penna dell’ultimo atto non sente ragioni, ma vuole solo una pagina bianca da riempire, martire e contessa del proprio volere. Profuma di speranza, la carta bianca, su di un letto di disillusione e dolore agognante nella marea di un domani sempre più incerto e privo di un presente in grado di passargli il testimone.
Questo è il destino di chi è servo della scrittura, Afrodite epocale di un tempo guardiano degli Inferi danteschi, in combutta con la sua stessa storia e innamorata della pazza, folle, storia rossazzurra…una mina vagante fra i cerchi della “Città dolente”. Un Inferno per l’Inferno… non di certo un Paradiso è, anzi. Essa rappresenta la falla in un sistema perfetto, organizzato e ben architettato dagli ingegneri del macabro che più macabro non si può: diventa eccezione e, come tale, ne diventa la padrona assoluta.
Un amore, per definirsi tale, deve avere le sue belle delusioni, al confine tra quelle di Romeo e Giulietta e Paolo e Francesca, eterei nella loro impossibile consistenza. Questo, amante segreto della “grande storia” contemporanea che la brama e la ripudia nel controsenso che la consuma, è un amore consumato senza baci e abbracci, senza “il per sempre felici e contenti” e senza la garanzia nemmeno di avere un domani. Amore è amore solo quando va oltre il tempo, lo spazio e le circostanze e, come in questo caso, senza troppe smancerie detta il finale.
«Serviva il combustibile, necessitava quella scorta di buon benzene raffinato e affinato per il meglio. Ne avevamo uno solo in mano nostra, un solo miserabile e umidiccio fiammifero da accendere, ma non sapevamo come, nonostante tutto. Per molti di noi non bastavano solo le buone intenzioni, ci mancava pure il combustibile per farlo infiammare perché, diciamocelo chiaramente, anche quell’ultimo fiammifero era sin troppo logoro e bagnato per essere acceso. Bisognava deumidificarlo per bene e poi, a poco a poco, cospargerlo di benzina per appiccare il fuoco e far ardere l’ultima fiamma rimasta.
La nera porta si ingrandiva ad ogni passo e quelle parole, su incise, si facevano, al diradare della luce e all’incombere delle tenebre, sempre più nitide e infuocate. Le abbiamo viste imponenti dinanzi a noi, le abbiamo toccate e ne abbiamo percepito il terrore che si celava aldilà delle stesse. E fu lì che, al momento di varcare la nera soglia qualcosa nel nostro cuore ha cominciato a prendere fuoco! Il carattere del catanese è ineguagliabile, la forza, lo spirito di abnegazione, il non perdersi mai d’animo, il sorreggere ed incoraggiare anche quando le probabilità di salvezza sono dello 0,00000000001% ci hanno regalato un DNA unico e mai riproducibile artificialmente in laboratorio. Nonostante le mille calcagnate alla nostra dignità, eravamo tornati tutti assieme, nemici di un tempo e amici di uno nuovo e ben più giovane ad unire il nostro fiammifero assieme a quello del nostro vicino. Finché, silenziosamente, la porta dell’eterno dolore ci ha dato il benvenuto.
Stavolta, molto tempo dopo il suo ultimo viaggiatore di passaggio dalla penna facile, non vi era un solo uomo a provare la traversata…ma 7000 tifosi che, insieme agli undici stipendiati con la maglia della loro città, hanno deciso di portare con sé quell’ultimo fiammifero rimasto per fare luce tra le tenebre. Nel mare dell’Antinferno abbiamo sentito le anime delle nobili decadute urlare di disperazione, implorare di essere salvate e avvinghiarsi a noi per trascinarci con loro verso la perdizione. Con una mano la fiaccola, con l’altra la radiolina a far da combustibile, benché non avessimo anticipatamente dichiarato, con coerenza, le sembianze a chiarificare il tutto, abbiamo sfidato Caronte e i suoi inganni, riuscendo ad arrivare laddove non esiste ritorno, redenzione o espiazione dei propri peccati…ma solo la via dello smarrimento e delle atroci pene perenni. Nel girone dei lussuriosi abbiamo trovato il gol della speranza di Bergamelli al 22′, a seguito di una mischia fra demoni federiciani senza troppi artigli, subendo quasi in contemporanea la notizia del gol del Monopoli, con l’arrivo dell’uragano che ci sbatteva a destra e a manca. Mater… de Dios! Recitavamo nelfrattempo tra noi e noi. Implorando minor dolore, venivamo catapultati in mezzo ad altri peccati e peccatori di cui non comprendevamo la dialettica. Ma fu proprio al pronunciare quelle soavi parole che, dalla nostra radiolina sorretta dalla mano destra, udiamo:”Rete del Matera!”, una doccia infinita di sollievo e buoni auspici.
Coincidenze su coincidenze ci accompagnavano lungo la strada, a braccetto con scaramanzie di ogni genere…per una vecchia storia datata 25 Maggio 2006 e valevole per ben altri palcoscenici. In quell’occasione, un’altra squadra bianco-azzurra ci affrontò, l’Albinoleffe. Ad aprire le marcature fu Spinesi al 15′, per poi essere raggiunti da un Russo qualsiasi al 40′, proprio in chiusura di primo tempo… Era ciò che scongiuravamo davanti alla nera soglia, il verificarsi di una pena sin troppo dura da sopportare in questo Inferno: il nostro pareggio e quello contemporaneo del Monopoli…
…e fu così anche stavolta. Immersi sempre più nelle acque melmose dello Stige è Strambelli a gelare il Massimino con una conclusione da posizione defilata che trafigge il dormiente Liverani…al minuto 40, guarda caso. Sembrava un film già visto, tale da far salire, in ognuno di noi presenti, quel fuoco dell’Etna che poteva regalarci un soffio di vita in più. Come dannati, ci ha guidati l’istinto rossazzurro, osservando, ad un palmo di naso, quei settant’anni di storia consumarsi nei sepolcri infuocati, attraversare l’infuocato fiume di sangue Flegetonte e subire la pioggia di lapilli e ceneri, a piedi nudi in mezzo alla sabbia infernale. Ma eravamo lì, a tenerci per mano, condividendo la sofferenza e perseguendo la nostra divin speranza che ci rendeva sempre più forti. Avanzando a gran falcate, procedevamo spediti, fino all’udir di un secondo barrito: al 50′ cross di Calderini per Russotto che di piattone trafigge l’estremo difensore Cilli…2-1. Una luce immensa si avvicina a noi, sempre più intensa, sempre più rassicurante e candida. Una guida, o forse altro, si fa strada tra le Malebolge, fra demoni cornuti e falsi profeti, fra lo sterco umano e fraudolenti di una città, di una squadra di calcio, di una tifoseria che li ha portati sulle spalle come vessilli ed è stata tradita. Rimembriamo ogni cosa, tutto ad un tratto, passandoci alla memoria, come un treno del gol, otto anni di serie A e tre di inganno, frode e tradimenti multipli. Mentre scorre il cronometro, avviandosi verso la fine di questa avventura, il presentimento infusoci dalla nostra guida dilania la nostra pelle dall’interno: arriverà il momento propizio…ma non è questo, come disse Ulisse. Il buio cala sempre più e i nostri timidi fiammiferi cominciano ad intristirsi insieme a noi, mentre il freddo inizia a farsi sentire. Non troppo meravigliati, lo troviamo lì, immerso nel Cocito a testa in giù, con il volto sghignazzante e le lacrime cristallizzate come stalattiti. Non fu il nostro sdegno o disprezzo a regalargli quel po’ di sollievo dalle pene che lo straziavano in ogni istante, di tre anni di tradimenti e imbrogli, di cattiva conduzione societaria…Le uniche, vane parole udibili furono:”Scusate gente”…”sono stato raggirato io stesso”…”abbiate pietà di me”. Poco più distante, il suo compare, “mister risorsa”, col corpo piegato dal basso verso l’alto, da sinistra a destra, in modo troppo disumano da essere compreso dai vivi. Da lui, nessuna parola, talmente grande era il suo eterno dolore.
Nei minuti finali, al cospetto del Re dell’inganno, masticante un Giuda impanato e fritto con olio d’oliva extravergine, solo il ricordo di quello che abbiamo passato, dei sacrifici fatti per sostenere una maglia rossazzurra presa a calci e pugni, delle gioie incommensurabili e di ciò che significa per noi Calcio Catania, ci ha permesso di guardare negli occhi il sovrano degli inferi e guardarlo inchinarsi a noi, mentre la sua fame giudeica lasciava il posto al suo profondo rispetto e asservimento nei nostri confronti. Un sibilo si insinua sagace tra le nostre orecchie, sgretolando la Città dolente al suo passaggio. Ad udire il triplice fischio, calpestando le corna di Lucifero, scorgiamo all’orizzonte la salvezza…se ciò può definirsi e chiamarsi Purgatorio.»
Questa è la fine della storia, dove la penna consuma l’inchiostro ed il foglio finisce. Un futuro incerto ci aspetta, da scrivere su di un altro libro, ma senza ripassare più questo, appena concluso e relegato negli scaffali dell’Elefante. Qualcun altro, oltre al vecchio Dante, ha saputo aver ragione delle fiamme dell’Inferno, dove si erge imponente…la fiamma rossazzurra. In alto le Proboscidi! Forza Catania! Noi tifosi…lo possiamo dire.
Pietro Santonocito
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